Da Ponte alla Piera a Montauto

Dopo l’invaso di Montedoglio, abbiamo continuato a visitare l’alta valle del Tevere là dove confina ancora con il Casentino, seguendo anche i luoghi francescani: il santo proveniente da Assisi e diretto alla Verna transitava proprio per questi sentieri fermandosi sia alla Barbolana, sia al castello di Montauto ospite dei Conti Barbolani di Montauto e Galbino.

Per raggiungere il castello si può partire dalla Scheggia (valico Libbia) oppure dal basso, passando accanto alla bellissima villa la Barbolana, o ancora, nel nostro caso, dal Ponte alla Piera.

Partendo appunto da Ponte alla Piera, dove un antico ponte romanico ricorda l’importante collegamento della Via Ariminensis che collegava Arezzo a Rimini, la strada proseguiva nella val Tiberina lungo un percorso in buona parte allagato dalla nuova diga di Montedoglio. Un altro ponte, si dice addirittura a cinque campate, scavalcava il Tevere nei pressi di Sigliano. Purtroppo i resti di quest’opera sono sommersi e ci è stato possibile vederli solo perché l’invaso in questo momento è parzialmente asciutto (vedi articolo citato).

Lungo lo spostamento, ci fermiamo a guardare e fotografare un tratto dei Monti Rognosi, pieni di riflessi metallici nel primo sole del mattino: in mezzo al verde spiccano le rocce scure e rossastre e ci proponiamo una prossima camminata in quella zona.

Lasciata la macchina nei pressi di Ponte alla Piera, sotto l’Alpe di Catenaia, siamo discesi fino al torrente Sovara, seguiti dallo sguardo attento di una mucca che ci è venuta dietro fino al guado del torrente. Da qui inizia la salita verso il castello e lungo il percorso si vedono chiaramente i resti dell’antica strada tra Montauto (Monteacuto) e Ponte alla Piera. La strada arranca piuttosto ripida tra boschi di querce e di pini e poi, via via che si sale, di castagni, cerri e carpini. Ci fermiamo ad ammirare il piccolo lago che comincia a colorarsi nella prima luce del sole che sorge dietro la montagna.

 


Lungo la bretella provinciale tra Tavernelle e Ponte alla Piera, all’altezza della chiusa, non possono non essere notate le strane rocce che spiccano a est dal Poggio Pian della Croce. Non c’è da meravigliarsi: tutta la zona dei Rognosi ha una geomorfologia particolare, essendo costituita da rocce magmatiche dette ofioliti, ricche di metalli. Avvicinandosi poi al Ponte, si staglia ben visibile la nostra meta, già illuminata dal sole del primo mattino. Montea(c)uto, in pratica, è l’estrema propaggine ovest nonché la cima più alta dei Monti Rognosi.

 


Tra il Ponte e il torrente Sovara, la zona della Fabbrica (il cui edificio ristrutturato sarebbe dovuto divenire un Centro Visita della locale Area Naturale Protetta) è adibita a pascolo, attraversato dal CAI 10A. Il bovino nella foto ci ha solennemente e flemmaticamente seguito fino al guado. Placido e calmo, forse sospettoso o magari solo curioso, con lo sguardo sempre distolto e mai irrequieto, faceva tenerezza.

 


Fino al guado del Sovara, nel contesto un po’ magro, lo stradello è malmesso e dissestato per le solite cause. Dopo il guado, invece, si ritrova appieno un fondo di antica pavimentazione, d’origine o rifacimento del percorso della Via Ariminensis. Poco dopo si entra nell’area delle Pescaie, col relativo laghetto preso allo spuntare del sole sul soprastante Monte della Croce.

 

Continuiamo a salire e il panorama diventa più ampio, vediamo una buona parte dell’alta Val Tiberina e dell’Alpe di Catenaia.

Siamo sulla costa ovest, sentiamo fischiare il vento tra alti abeti e infine siamo al valico. Lo sguardo si apre sulla valle del Tevere: dall’alpe di Poti sulla destra fino ad Anghiari, Città di Castello e in fondo, sul cucuzzolo, spicca Monte Santa Maria Tiberina; a sinistra un lungo filare di antichi cipressi sul crinale ci indica la via del castello.

 


Finora si è percorso il CAI 10A, molto stradello e poco segnato. Da un certo punto delle Pescaie, comunque, il 10A si stacca dallo stradello e diventa vero sentiero pedonale immerso nella vegetazione, comunque sempre ampio e agevole. Alberi e arbusti sono intricati, aggrovigliati, contorti, selvaggi e apparentemente sofferenti. Anche la successiva abetina, i cui scricchiolii al vento e i tronchi giacenti mettono un po’ di soggezione, sembra afflitta. Alla fine si arriva al valichetto del Piano, la vista si apre a sud e si abbandona il 10A (o forse no, le fonti sono contrastanti) per prendere lo stradoncino cipressato verso il castello.

 

Dopo una arrampicata di un quarto d’ora sul fianco della montagna, raggiungiamo infine la cima del Monteacuto: il torrione rotondo del castello domina la valle dall’alto dei suoi 780 m, girando intorno al castello il panorama si amplia ancora e improvvisamente vediamo la diga di Montedoglio sotto di noi. Completiamo il giro dell’edificio e arriviamo nel cortile tra il castello e la chiesetta costruita sulla roccia: qui si apre l’ingresso del castello con un grande portale in pietra. Il panorama è bellissimo e ancora più bello diventa quando raggiungiamo il delizioso piazzale davanti alla chiesa: un vero e proprio terrazzo sulla valle del Tevere, incorniciata a destra da piante secolari e a sinistra dal mastio a picco sulla vallata. Da qui si capisce bene anche l’importanza che poteva avere il controllo militare di una simile postazione che domina una zona di confine tra nord e sud e tra est (la Repubblica Fiorentina) e ovest (lo Stato della Chiesa). Poco lontano da qui si svolse nel 1440 la “battaglia di Anghiari” tra i Fiorentini (vincitori) e il Ducato di Milano. Il castello, che era già stato edificato su una fortezza precedente al 1000, fu distrutto dai fiorentini prima del 1500 mentre la costruzione attuale risale al 1534: solo il torrione rotondo e parte delle mura sono quelle originali. La costruzione (rinascimentale) anche se ha perso il suo aspetto medievale è ben tenuta e conserva tutto il suo fascino, con grandi finestroni che si aprono su panorami di grande bellezza.

Continuando il giro all’esterno delle mura antiche ci rendiamo conto della struttura della cittadella sulla cima del monte; troviamo una vasca da bagno in marmo sovrastata da una conchiglia che forma una strana fontana ma ancora più inconsueto è il piccolo cimitero dei cani della famiglia con tanto di lapidi in marmo, tanto che sulle prime facciamo fatica a capire.

 


Lo stradoncino carrabile, chiuso da un cancello, sale a tornanti visto il dislivello che occorre rapidamente guadagnare. Per i pedoni, comunque, c’è una scorciatoia e in poco tempo si arriva subito sotto l’obiettivo. Va bene, è un po’ parchwork, non è imponente ma è pur sempre una vista che non capita spesso. La posizione di guglia poi fa il resto dello spettacolo.

 


Curiosi al massimo, aggiriamo subito l’edificio sul lato nordest, quello diciamo secondario e un po’ avventuroso, dove Franco si cimenta in una improbabile impresa… Da qui, comunque, si apre una splendida vista verso grecale, compreso il sottostante e gravemente ferito invaso di Montedoglio.

 


Dopo aver girovagato in completa solitudine per la cittadella, è l’ora di un riposino e di un confortante biscottone, mentre si gode la vista tonificante sulla Val Tiberina (peccato per la foschia).

 


 


 

Ridiscesi al valico, aggiriamo il monte dal lato opposto e, scendendo tra pini e castagni secolari, troviamo una strana costruzione nel bosco a mezza costa: si tratta di un grande capanno usato dai cacciatori di cinghiali ma anche dalla gente della zona come ritrovo per feste e merende. Scendiamo ancora verso il torrente, il castello si vede ormai in lontananza, ammiriamo altri panorami sul lato nord verso Catenaia, ritroviamo il selciato della via Ariminensis e infine al torrente incontriamo di nuovo la mucca che sembra averci aspettato curiosa di sapere cosa c’è lassù in cima….ma anche noi pensiamo che valga la pena di farsi la passeggiata e magari continuarla nei luoghi vicini …

 


Il piano è di aggirare in senso antiorario il Montea(c)uto, per cui ridiscendiamo il versante, decidiamo di fare il “giro largo” evitando la scorciatoia sul versante sudest e prendiamo lo stradello che porta a Canneto. Qui troviamo un bel casolare sicuramente ristrutturato di recente ma che ora sembra preda dei rovi. Passato il bel resort di Camprione, non sfugge la ben attrezzata area ricreativa della Capanna Tavernelle – Squadra Cinghialai. Dopodiché si ritrova il CAI 10A e si completa il percorso a racchetta, scorta bovina compresa.

 



Il percorso off-road descritto è poco meno di 10km, cui va eventualmente aggiunto il chilometro da/per il ricostruito ponte romano. Il fondo non pone problemi, salvo costante attenzione alle rolling stones in discesa. 400m circa di ascensioni totali.

 

Gianfranco Landini & Carlo Palazzini

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