Le morbide mappe…

 

Maldestramente introdotti, nelle predenti puntate, alcuni aspetti fondamentali di cartografia classica ad uso e consumo di chi non trova niente di meglio da fare che andare per viottoli e greppi, daremo ora uno sguardo come questo argomento si stia rapidamente evolvendo grazie ai recenti apporti tecnologici. Anzi, almeno come fenomeno di massa, una vera rivoluzione, e scommetterei che molle scatenanti e pilastri siano in tre: GPS (georeferenziazione), computer (elaborazione, rendering, banche dati) e Internet (accesso alle banche dati, distribuzione).

La natura di questa rivoluzione non sta ovviamente nel banale disporre di una versione soft(ware), magari anche una pedestre scannerizzazione (o anche detta digitalizzazione) delle ben note carte-lenzuolo escursionistiche (cosa comunque comoda e gustosa per l’hiker, non vilipendiamola) ma per qualcosa di assai più radicale che però spesso, a meri livelli diletto-consumistici, non viene adeguatamente percepito, al contrario di altri ambienti, ad esempio la gestione del territorio da parte di un ente locale. Eppure basterebbe domandarsi come fa un dozzinale “navigatore” automobilistico a permettere di trovare in quattro e quattr’otto non solo un qualsiasi toponimo ma anche quell’agriturismo lì vicino, calcolare distanza e percorso in tempo reale e magari assecondando i capricci dell’utente per dedurre che “dentro” c’è qualcosa di più che iconcine e linee colorate, no?

 

Ai primordi dell’uso amatoriale del GPS, la cartografia sentieristica era inesistente o roba da nababbi, ricevitore adeguato compreso. Ma un oculato uso di risorse web e scannerizzazioni permetteva di costruirsi una mappatura essenziale della zona d’interesse, costituita da tracce (= strade e sentieri) e waypoint (= rifugi, incroci, landmark …) visivamente forse triste ma assolutamente adeguata alla navigazione locale (= non perdersi). Costruita al PC, la sua essenzialità la rendeva trasferibile anche sui ricevitori più modesti, magari pure non cartografici (già, sembra strano, eh?) o con memoria ridicola. Può anche far sorridere, ma questa è una mappa di concezione modernissima e di natura puramente numerica. E assolve totalmente allo scopo di permettere di raggiungere la destinazione senza perdersi e col percorso desiderato.

 

Due carte, stessa traccia GPS (parte di quello che considero uno dei più spettacolari e suggestivi anelli del PNFCMF&C, il Fangacci-Crocina-Bertesca-Forconali-Lama-Scalandrini-Fangacci). A sinistra la recente e aggiornata IGA, a destra carta ufficiale del Parco, vero pilastro esemplare di cartografia escursionistica ma ora con qualche annetto sulle spalle. Tralasciando quelli che possono essere considerate le tolleranze del processo (errori del GPS tracking, errori nella georeferenziazione della carta, deformazione durante la scannerizzazione…), è ben visibile come la traccia ricopra quasi a pennello la sentieristica (rilevata con GPS) della IGA mentre sull’altra sia ben percepibile (ma non drammatico) lo scostamento in alcuni punti, specialmente laddove la aerofotogrammetria non aiuta per nulla a cartografare i sentieri. E questo, nel Parco più boscoso d’Italia, capita spesso. In ultimo, anche il fattore tempo fa la sua parte: molte piste, non caratterizzate da costrizioni ambientali o fondo stradale particolare o storico, vivono e si rimodellano col tempo.

 

Prendendoci, come al solito, ampie libertà semplificative tanto lo facciamo per divertimento, si può dire che il moderno concetto di cartografia abbandona completamente il vincolante legame con graficismi e supporto hard (anche se cedevole cellulosa) a favore di un focus sui dati che l’eventuale e contingente rappresentazione grafica (rendering, a mero appagamento del nostro occhio) dovrà o potrà mostrare. Chiaro come il bitume, eh? Va bene, facciamo un esempio: probabilmente tutti sapete cos’è un POI, un “punto di interesse” che qualcuno vi ha messo sulla cartografia digitale del vostro Personal Navigation Device (ricevitore, smartphone o tablet che sia), magari a scopo promozionale. Se zoommate, il POI prima non c’è, poi si materializza con la sua icona, poi con anche il nome esteso e se ci cliccate vi da’ anche indirizzo, numero di telefono e giorno di chiusura. Bella scoperta, si dirà, fa così anche Google Maps. Già, ma forse la frenesia quotidiana ci offusca qualche fatto peraltro eclatante:

  • quel POI, in nome, dati e simbolo, appare e scompare in funzione di una logica di zoom, per evitare illeggibili fittumi (cluttering) ma NON segue pedestremente esso stesso la regola ottica di zoom, come farebbe nella carta “hard”;
  • questo criterio può anche essere alterato dall’utente, financo a impedirne la visualizzazione completa ‘ché magari nùn ce frega;
  • quel POI può benissimo esistere indipendentemente dalla coreografia cartografica che lo contorna, segno evidente che quel “dato” ha vita propria, non è legato in alcun modo al resto della presentazione (rappresentazioni grafiche di strade, prati, monti, ferrovie …) ma è definito esclusivamente da attributi propri come coordinate, simbolo, quota, descrizione…

Lo stesso discorso, volendo, si può allargare ad ogni entità presentata da una moderna carta soft, anche quelle che riteniamo intimamente e indissolubilmente collegate all’aspetto convenzionale di una mappa topo-escursionistica, come strade, orografia, idrografia, funivie, rifugi … Il risultato, tagliando corto, è che mentre in una carta classica l’opera d’arte grafica crea un insieme indissolubile, in una carta in stile GIS (Geographic Information System) si tratta di pescare in un database, secondo criteri di volta in volta ritenuti opportuni, tutti gli oggetti georeferenziati (dotati di coordinate atte ad un univoco posizionamento spaziale) che verranno assemblati in accordo a tali georeferenze e presentati con una altrettanto opportuna tecnica di rendering (a volte tradotta con “restituzione”, bah!) in modo da appagare l’occhio e, nei contenuti informativi, i bisogni reali dell’utente.

 

Un bell’esempio di database specializzato di elementi puntuali georeferenziati è il servizio “Alberi… che toccano il cielo” del beneamato Parco. Su uno sfondo cartografico classico (un po’ angusto ma sufficiente), diverso a seconda dello zoom o delle scelte utente, vengono proiettati dei waypoint (o POI che dir si voglia; ciò che conta è che sono oggetti di dimensioni puntuali dotati di proprietà e soprattutto di propria collocazione spaziale) che rappresentano gli alberi monumentali, selezionabili/filtrabili secondo i criteri del pannello di scelta. Ogni “albero” così visualizzato sarà quindi posto sulla spettante posizione e un opportuno click ne accederà ai dati espliciti.

 

Una lodevole iniziativa della Regione, scaturita da un atto del 1998 e con la collaborazione del CAI toscano, ha censito, mappato e anagraficizzato 7mila km di sentieri, rendendo il tutto disponibile attraverso il servizio RET, Rete Escursionistica Toscana su base CTR10K. Lo slancio iniziale si è però un po’ spento e i necessari aggiornamenti sono un po’ latitanti. Anche la macchinosa interfaccia d’altri tempi, se confrontata con i diversi servizi WebGIS disponibili, lascia oggi a desiderare. I sentieri poi non sono rilevati, per cui qua e là c’è da aspettarsi approssimazioni anche cospicue. Comunque meglio averlo che no.

 

Sentieri Web della Regione Emilia-Romagna ricalca l’analoga iniziativa RET ma dispone di una interfaccia più funzionale e user-friendly. Se non si dispongono carte specifiche di una certa zona, con un po’ di buona volontà, con le informazioni del sito sovrapposte alle intramontabili IGM25, unitamente ad altre informazioni spot ricavabili dal web – ad esempio le foto satellitari di Google o Bing Maps – e il tutto ricomposto elettronicamente, si possono fare faville.

 

Abbiamo fatto un misero esempio con una entità puntuale, il POI, ma in una cartografia “numerica” (termine che in alcune discipline viene storicamente usato anziché il più diffuso “digitale”; digit, in inglese, è la cifra numerica) sono disponibili anche altre “primitive”, come la linea e il poligono, con il cui uso oculato è possibile dare un aspetto ottico finale che , come può vedersi nella consueta mappatura bidimensionale disponibile nel PND, ricorda quella classica ma il cui contenuto metrico, semantico e simbolico può spaziare su molti livelli e dimensioni. Chi ha lavorato con CAD ed entità vettoriali troverà tutto molto familiare. In effetti, la filosofia di base è la stessa (e perdonatemi la semplificazione): ogni entità è individuata da attributi propri, eventualmente parte di una famiglia di entità accomunabili e classificabili secondo certi criteri, e di coordinate di posizionamento/localizzazione mediante un comune sistema di riferimento. Invero, un file CAD non è un “disegno” così come potrebbe essere inteso un file bitmap, ma un database di entità la cui presentazione visiva sarà visivamente ricostruita dal s/w applicativo anche tenendo conto di desideri e circostanze contingenti. Questo concetto si applica profondamente ad ogni rappresentazione (anche cartografica) di tipo vettoriale. Gli astrofili, per contro, usano da anni carte soft attraverso specifiche applicazioni (Stellarium o Cartes du Ciel, tanto per citare le free apps più famose) che rendono una rappresentazione grafica assemblata sull’istante partendo dal database degli astri (“astroreferenziati” con coordinate spaziali ad es. AR, declinazione e distanza) e applicandoci le equazioni che descrivono i moti relativi e infine i vincoli e desideri contingenti dell’utente.

 

Belle e coloratissime, le Wander Reit Karte, su base OSM, sono famose e apprezzate tra hikers e bikers d’oltralpe. Dalle nostre parti ci sono però diversi buchi spogli.

Di iniziative che fanno perno su OSM ce ne sono ormai diverse e questo approccio ha smontato molto le torri dorate sulle quali troneggiavano i due grandi colossi cartografici commerciali, Navteq e TeleAtlas.

 

Le mappe elettroniche marine sono state le prime a mostrare al grande pubblico come il contenuto informativo vada oltre il mero aspetto grafico, spesso una codifica simbolica astratta per i novizi, ma si presenti bensì su diversi piani semanticamente strutturati in forma nativa digitale, proposto quando serve e nella forma più opportuna. OpenSeaMap è una iniziativa seguita al capostipite OSM abbastanza sviluppata in Germania (come tutto il concetto Open Source) ma un po’ miserella nel Belpaese. A differenza del fratello terrestre, comunque, qui occorre andarci cauti, dati rischi e valori in gioco oltre ai regolamenti nautici.

 

Le carte dell’ex Armata Rossa, equivalenti alle IGM, sono state “liberalizzate” e poste a servizio commerciale. Ceciliano è in bella evidenza al centro e anche tutto l’hinterland è lampante, no? E va be’, per qualche traslitterazione, non facciamola lunga! Ora, sembra una pura boutade, ma queste mappe sono una manna per chi ambisce ad avventure-safari nelle zone sperdute del globo.

 

Tornando alla nostra cartina, questo permette di visualizzare (ipotesi buttate là a mero titolo di esempio):

  • la mappatura integrale con/senza curve di livello, con/senza sfumo altimetrico;
  • in blu tutte le aree che risulterebbero allagate con un innalzamento dell’Arno di 2 m (premappato o per elaborazione su modello altimetrico);
  • toponimi centri abitati < 1000 ab. solo per zoom > L5 (per evitare sovrapposizioni);
  • riempimento in viola delle aree a viticoltura….

si deduce quindi che una classica carta tematica, e anche una carta escursionistica lo è, può essere ora solo una particolare elaborazione/rendering del medesimo database, ad esempio quello costituente un SIT, Sistema Informativo Territoriale di una amministrazione pubblica locale.

E questo solo per quanto riguarda un output somigliante, per pura abitudine o nostalgia, alla carta classica. Ma per estrarre informazioni dal database, anche complesse e frutto di elaborazioni, non c’è più bisogno di passare dal rendering. Se la richiesta è “calcolami il perimetro della provincia”, “la lunghezza totale dei sentieri CAI nella regione”, “l’istogramma delle superfici adibite alle diverse coltivazioni in quel comune” ebastaquisenosifanotte, la risposta sono numeri o diagrammi, non mappine.

 

La cartografia $€$ Garmin TrekMap Italia ha i sentieri (che nel caso della Toscana sono essenzialmente di derivazione RET) disponibili al calcolo automatico di percorso, routabili, come si neologizza in breve. In figura, esempio eseguito col s/w Garmin MapSource “al banco”, ad esempio allo scopo di considerare lunghezza e pendenze di un itinerario, ma si sarebbe potuto effettuare anche direttamente sul GPSr. Il parere personale è che il routing sui sentieri pedonali è una cosa assolutamente inutile, anzi ridicola. Si consuma più batteria e l’unico reale guadagno è il poter sapere in ogni istante la distanza alla meta. Discorso diverso per il Mtbiking, che però se diventa puro agonismo a rotta di collo perde dignità e acquista azzardo gratuito.

 

Anche la cartografia nobile, quella $€$, può prendere cantonate e spostare inopportunamente una nota cima… Nell’altra schermata, la stessa zona attraverso le CTR10K Toscana (che un benemerito ha pazientemente assemblato in formato Garmin). Delle CTR abbiamo già parlato un po’ e aggiungiamo che in materia di scampagnate per viottoli selvatici sono di per sé inadeguate ma frequentemente vi si possono trovare toponimi, dettagli e landmark utilissimi per l’orientamento e la conoscenza dell’area. Si veda, al confronto, l’essenzialità della cartografia Garmin TrekMap.

 

Una carta classica trova uno dei suoi maggiori parametri qualificanti nella scala (rapporto di), che determina non solo il dettaglio informativo percepibile ma pure la tolleranza della metrica derivabile. Gli errori intrinseci (precisione, dettaglio e di graficismo) faranno sì che l’accuratezza lineare attendibile sia legata alla scala (es. per l’1:25K siamo sulla decina di metri) e a nulla varrà zoomare sgranando fino al punto tipografico. Nel caso di una carta elettronica vettoriale si sarebbe tentati di intendere superato questo limite, ma ovviamente così non è. Vero che si può ridurre a piacere la scala contestualmente visualizzata, e per comodità viene mostrato il correlato righello metrico, ma anche qui zoomare oltre l’accuratezza intrinseca con cui sono stati rilevati, derivati e disegnati i contenuti informativi, limite chiamato “scala nominale”, non porta valore aggiunto (se non eventualmente agli ipermetropi da anzianità come il sottoscritto). Ecco perché nelle relative applicazioni, GPSr compreso, compare l’avviso “overzoom”.

 

Ora che abbiamo ignobilmente shakerato l’argomento, confondiamo ulteriormente le idee con un riepilogo: la cartografia di pura natura digitale

  • è un insieme di enti dotati nativamente, tra l’altro, di coordinate univoche proprie, al contrario di quella classica che è essenzialmente una rappresentazione grafica planimetrica dove le coordinate possono solo essere ricavate da bordi e reticoli;
  • i dati contenuti nel suo database sono facilmente aggiornabili, codificabili, classificabili, elaborabili e filtrabili; e non si deteriorano nel tempo;
  • la rappresentazione grafica che se ne può trarre è plasmabile e multiforme, in modo da rispondere a più possibili utilizzi o necessità.

Questo, appunto, per la forma pura, nativamente “numerica”. Possono comunque esistere varie sfumature di più agevole accessibilità e manipolabilità da parte dell’amatore, a cominciare dalla classica carta hard scannerizzata e georeferenziata, la quale può anche essere alterata/aggiornata/arricchita operando a livello bitmap (ovvero pixel) o sovrapponendo strutture informative vettoriali (icone, toponimi, annotazioni, marcatura di sentieri, aree …) o dinamicizzata per una specifica missione sovrapponendoci enti capaci di interagire con le funzioni del nostro GPSr (POI, waypoint, tracce, percorsi (routes)). E, in fondo, scusate se è poco!

Aggiungo doverosamente che tutte le denominazioni commerciali citate appartengono ai legittimi proprietari e sono protette dai relativi diritti.

Alla prossima sifonata. Saluti da Carlo Palazzini

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