In cinquanta tra Tevere e Arno

Il sentiero CAI 50 aretino, la “superstrada Verna-Trasimeno”, è il sentiero segnato più lungo della provincia ed è ispirato al legame tra il nostrano Sacro Monte e il corrispettivo umbro, il Subasio. Si presume che, più o meno, il tracciato coincida coi cammini di Francesco per quanto riguarda i percorsi per Montauto (con uscita in corrispondenza del CAI 10A) e le Celle di Cortona (uscita con CAI 563).

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Ovvio che così lungo e di crinale, circondato da aree abbastanza antropizzate, è comunque pieno di diramazioni a oriente e occidente, segnate e meno.
Non lo faremo tutto, limitandoci per ora solo al tratto Catenaia – Verna, una frazione minima rispetto al suo completo sviluppo ma in qualche modo assai rilevante in termini di quota, paesaggio e significatività. Il vero intra Tevere et Arno!

 

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Giusto per non ripetersi, partiamo allora dal Sasso della Regina, punto che abbiamo toccato più volte nelle nostre scarponate, seguendo poi a nord il 50 che qui, come sentiero di crinale, non pone certo dubbi di riconoscimento o perdite di orientamento. Come non di rado accade, sul crinale il vento ci sferza e tocca stare imbacuccati, ma il cielo è benevolo e tanto ci basta. Se si è fortunati per limpidezza aerea, le viste a oriente (Alta Valtiberina, Alpe della Luna e dintorni) e a occidente (Pratomagno, Casentino) sono notevoli.
Ma anche le faggete e le zone miste che ci circondano offrono spettacoli degni di nota, specialmente con i colori autunnali. E qualche pomposo faggio secolare ben merita un’occhiata ravvicinata!

Dopo il visibile innesto a est del GEA (che viene da Fragaiolo-Caprese-Cerbaiolo-Alpe della Luna e ci accompagnerà fino a destino), quando la stradina attraversa una buia abetina e attorno crescono funghi a vista d’occhio (ma non necessariamente da papparsi), siamo vicini al nostro primo milestone.

 

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Una salitella, quindi, e siamo all’Eremo della Casella. Non siamo misantropi ma luoghi come questo, luoghi di pace, di storia e di fede, si assaporano senza schiamazzi attorno, solo un altalenante stormire di fronde. Un rifugio per l’anima, oltre che per le membra.
Da questi luoghi, storia narra, Francesco salutò per l’ultima volta la sua amata Alvernia e negli anni successivi vi fu per questo fondato un romitorio.

L’area è considerevolmente bella e estremamente accogliente. L’edificio, che non sappiamo quanto ancora abbia di geometrie o strutture originali altomedievali, si compone di una cappella, essenziale ma comunque accogliente e ben tenuta, e una zona ricovero-rifugio di notevole estensione e pure su più livelli. L’acqua invece occorre andare a prendersela ad una fonte un po’ fuori percorso, comunque segnata sulle carte.

Una “targa” appesa alla parete, costituita da una fetta di tronco pirografato, recita:

Questo Sacro Eremo
legato al passaggio di Francesco d’Assisi nel 1224
con l’intervento
del Ministero dei Beni Ambientali e Culturali
della Regione Toscana
degli Enti Locali Civili e Religiosi
del Volontariato
fu recuperato al degrado dei secoli
e riconsegnato alla custodia e devozione dei popoli
il 15 luglio 1987

Il Comitato

In effetti, la costruzione appare ristrutturata e mantenuta in modo invidiabile e nella zona ricovero, magari dopo una ramazzatina, si potrebbe anche banchettare e alloggiare niente male. E probabilmente certe comunità lo fanno eccome!
Per noi, invece, un attimo di raccoglimento, una pausa dallo sferzante vento, una veloce ingozzata di croissant al miele e poi via.

 

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Proseguendo oltre il Foresto, in corrispondenza dei rispettivi crocicchi troviamo le Croci della Malcima e al Varco. Troviamo anche dei segnavia impallinati… Ora, diremmo che una tale prestazione d’intelletto non darebbe diritto neanche alla cerbottana a cacaccioli, figuriamoci a un’autorizzazione di polizia per un 12-gauge… Poveri segnali, già hanno vita dura…

 

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Alla Croce al Varco e oltre, occorre occhio e un minimo di preparazione preventiva di percorso, perché si incrocia anche il CAI 039 (che a nord aggira sul lato ovest i successivi rilievi mentre dall’altra parte va alla Balza Cerbaia), il percorso si riduce a vaga mulattiera e altri viottoli si infrenano. Risalendo il fianco del Poggio dell’Abete, col terreno coperto da neve e una certa latitanza di visibili segnali alti, noi abbiamo proseguito spediti solo grazie al GPSr. L’abetina apicale può essere attraversata (forse un vecchio tracciato) o aggirata a ovest (pista segnata), dopodiché si aprono le vedute sull’alto Casentino e verso l’inconfondibile sagoma della nostra meta.

 

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Queste aree a prateria e arbusteti (un ginepraio, nel vero senso del termine!) mostrano una densità e varietà di tracce di vita selvatica che non avevamo mai altrove riscontrato. Comprese le tipiche fatte lupesche. Tutte le creature del cantico sono qua attorno! Le svariate piste silvestri, che sembrano continuamente incrociare o deviare dal tracciato nominale, in certe condizioni possono benissimo trarre in inganno, come sottolinea anche il don Pasetto. Giusto per scaramanzia, cominciamo a parlare a voce alta per ridurre la probabilità di incontri imbarazzanti…

 

path 50Dopo il Poggio Ascensione si va a tutta discesa, cosa che in certi punti va presa anche con calma. Dopo l’attraversamento dello stradello CAI 036/044 (il citato percorso che aggira a ovest le alture, transitando per i poderi), si va giù sodo fino al guado dell’affluente del Rassina. Chiusi è ormai vicina ed è possibile apprezzare dettagliate vedute sull’abitato e in particolare sui ruderi del castello del conte Orlando, colui che donò il monte a Francesco.

 

 

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Faticosamente risaliti dal guado sulla SP54 che collega Chiusi a Caprese (la spalletta è breve ma provateci voi con quella neve gelata!), ci danno il benvenuto, oltre ai segnavia CAI, un paio di cartelli uguali – praticamente d’antiquariato per quanto apparentemente intatti – che descrivono, molto-ma-molto schematicamente, l’andamento locale del GEA.

 

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Usata la SP54 per passare sopra lo scrosciante Rassina, si imbocca poi la sassosa pista che porta direttamente dentro Chiusi. Oddìo, come testimonia lo scatto, noi di sassi ne abbiamo visti pochi, in compenso una gran fatica senza ciaspole! Poco prima di entrare nell’abitato, sulla destra si fa sentire un maglio di gelida acqua sorgiva che va a riempire delle vasche-lavatoio, per poi fuggire abbondante su canaletto e tuffarsi nel Rassina.
Anche la Fontana Campari rappresenta un evidente milestone del percorso.

 

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Dal borghetto sotto la fontana, anziché seguire il tracciato nominale, ci prendiamo la libertà di piegare verso il castello. Sullo zoccolo di viva roccia, su cui languono i ruderi della rocca, è incastonata una Madonnina (che già si intravedeva nel distante scatto precedente) che ha di fronte la chiesetta di S. Michele Arcangelo (idem per la sua veletta), costruita dall’aretina famiglia Tarlati dopo che avevano spodestato i Cattani, di cui Orlando era parte.
Subito dopo il dono a Francesco, infatti, il castello passa di mano diverse volte per poi finire smantellato per riutilizzo altrove delle pietre, compresi – tra l’altro – il campanile della basilica del monastero e l’ospizio della Beccia.
Lì accanto, risalendo verso la SP208, troviamo la prospettiva della riproduzione michelangiolesca del letto di roccia e profilo del Calcio del Diavolo sul dipinto “la creazione di Adamo” (Cappella Sistina). Lì c’era infatti la podesteria, sede d’istituto di papà Buonarroti. Poco prima dello sbocco sulla SP, incontriamo il vecchio minicimitero locale.
Percorso in discesa un pezzetto di SP208, in corrispondenza di un esercizio di ristoro, si imbocca il selciato segnato (via di S. Chiara) che sale dolcemente tra il retro-caseggiato e gli scoscesi versanti del monte.

 

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Pur ignorando la deviazione per l’Oasi, ad un certo punto ci si troverà ad un bivio: o si segue il 50+GEA, a mezzacosta verso l’Ansilice, o si svolta per il boscoso 051, che sale verso i parcheggi dell’ingresso carrabile del monastero. Potremmo magari farli entrambi, uno in su e l’altro al ritorno…
Lo 051 è più fresco, selvatico e di fascino particolare, con momenti di rara bellezza: non a caso siamo nel Bosco delle Fate!

 

 

 

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La Cappellina del Fondo, quella con l’orso di pietra (scultura naturale), dove sbuchiamo con lo 051 che poi prosegue nell’anello alto.

Ecco, era così. Ora non più. Ora l’abetina è praticamente rasa al suolo. Ora è l’immagine della devastazione e della tristezza.
Gli esperti parlano di un effetto di rabbiosa ricaduta a bomba di forti correnti nordiche, poco prima violentemente sollevatesi sui ripidi versanti settentrionali del Sacro Monte.
Comunque sia, la natura dà, la natura toglie, ma l’accanimento proprio su un sito che – per dottrina dello stesso Francesco – è considerato anche un santuario della natura stessa… un destino talvolta beffardo, non c’è che dire! E a Vallombrosa non è andata meglio!
Ma dopo un attimo di quell’amara vista il pensiero va anche a chi, per medesime contingenze, ha vissuto il dramma e pure la tragedia.
La foto riportata è primaverile ma eravamo là solo quattro giorni prima dello scempio.

 

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Se invece proseguiamo per il classico 50+GEA, toccando con mano locali opere storiche, sbuchiamo ovviamente sullo splendido lastricato (va beh, sappiamo che c’è, non fermiamoci alle contingenze…) dell’Ansilice, che non ha certo bisogno di ulteriori commenti e anche la constatazione che quel paesaggio, colto in certi momenti imbiancati, avvolge e penetra cuore e mente è oltre l’ovvietà.

Noi ci fermiamo, benché il nostro 50 prosegua comunque via Croce alla Calla e M. Calvano fino al Poggio Tre Vescovi, sempre su antiche orme legate ai percorsi di pellegrinaggio medievale.

 

 

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Con queste condizioni, non sempre abbiamo trovato aperto l’accesso al Sasso Spicco, causa evidenti problemi di incolumità nel percorrere le scale. Però occorre notare che la vista, la solitudine e l’intenso silenzio (ossimoro o meno che sia!) rendono molto più profonda l’esperienza del sacro luogo. Certo, quelle stalattiti sono carine ma sfortunatamente potrebbero non giovare troppo all’integrità strutturale di quei mensoloni…

 

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A questo punto non possiamo che completare il “pellegrinaggio” visitando i luoghi più intimi e sacri del santuario.

 

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Nota: Come ampiamente visibile dalle foto, l’itinerario descritto è ricostruito attraverso esperienze di diversi momenti e su diverse stagioni. Questo per alcune nostre limitazioni intrinseche (di tempo libero, di prestazione fisica e di meteo-fortuna). In alcune foto, il verso di percorrenza può apparire incongruo con quello preso a riferimento, ma si tratta solo di locali licenze a scopo coreografico.

 

Riferimenti:

  • SENTIERO 50 – Dal Trasimeno alla Verna, carta topo-escursionistica 1:25K (Selca, CAI AR, Prov AR) e booklet descrittivo (materiale purtroppo un po’ datato);
  • Val Tiberina e Marca Toscana, carta topo-escursionistica 1:50K (Selca, CMVT, RT, CAI)
  • F. Pasetto – Itinerari casentinesi in altura (A.G. Cianferoni)

 

Per alcuni scorci di 50 a sud del capoluogo, si vedano i post di Simone:

Dalla Rocca Montanina al Monte Favalto
Ruderi della Rocca Montanina
Monte Castiglion Maggio (755 m)
Alta Sant’ Egidio (1056 m)

saluti a tutti da Carlo e Gianfranco

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