L’Arno sotto il suo… Capo

 

Montalto-Pantenna-Lago

Capo d’Arno rappresenta un notevole richiamo per scarponatori e bikers ed è una zona molto frequentata e decantata. Ma certo, lì il “fiumicel” non è di per sé un grande spettacolo (il valore sta ovviamente in altri aspetti) e in estate si rischia pure di restare a… bocca asciutta!
Un po’ più in basso (meno di due chilometri in linea d’aria e un 400m di quota), il corso ufficiale nominale e i suoi immediati tributari che ne vezzeggiano il nome danno comunque il loro degno spettacolo, con natura e panorami attorno a fare certamente da onorabile cornice.

 

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La mattina novembrina si annuncia serena… a certe quote! Risalendo il Casentino, i giochi di umidità, densità e convezioni creano curiosi effetti ma lo spettacolo che si presenta già poco sopra Papiano Alto guardando a sud è assolutamente seducente.

 

Montalto-Pantenna-LagoLa Maestà di Montalto, di edilizia rinascimentale ma con opere all’interno un po’ più antiche, è stata restaurata nel dopoguerra. L’area, oggi splendidamente attrezzata e ben tenuta, è uno dei ricordi della NOSTRA infanzia legato alle scampagnate picniccare (i terribili tavolini metallici del tempo, con gambe pieghevoli – anche quando non dovevano – e instabili sedioline infortunistiche entro contenute), quasi al massimo raggio operativo delle utilitarie d’epoca.

 

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Da qui parte il CAI 2A, un gradevole sentiero di bassa macchia che poi va a confluire nel 2 nella zona del Pratalone, in corrispondenza di una sorta di imposto. Dati i passaggi con pesanti mezzi fuoristrada, il seguente stradello presenta molti punti spesso fangosamente allagati e non è neanche agevole deviare via bosco. Tocca fare gli equilibristi…

 

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L’arioso hub nei pressi di Bocca Pecorina. Da sinistra: lo stradellino del 2, da dove per l’occasione arriviamo; la salitina che porta alla vicina sella di Bocca Pecorina, che è poi il 4/CT che va giù a Vallucciole e a quell’incantevole oasi di tempi passati che è il Molino di Bucchio; l’oscuro antro (immagine estiva ombrosa!) va verso la Pantenna e che poi seguiremo; il sentiero di proseguimento del 2 che s’arrampica verso Rif. Vitareta e Capo d’Arno; la carrabile che prosegue il 4/CT, con sbarra, che porta a est verso il podere Vitareta (lo faremo dopo); Di spalle, invece una bella vista panoramica del Casentino e dei rilievi che lo racchiudono a oriente e occidente.

La fitta rete di percorsi della zona, attuali o meno, non deve stupire: è dal tempo degli etruschi che qui c’è viavai, o per religione o per coltivazione o pascolo o transumanze. Non a caso il nome della sella, da dove gli armenti passavano dai locali pascoli alle transumanze, transitando per la sottostante Vallucciole.

 

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Imboccata quindi la pseudo-carrareccia per la Pantenna, lo scenario si fa ricco di alti faggi e macchie di ben più alti abeti ma con viste su vaste fratte di altra natura e specie, creando così panorami di stagione assai policromi. Il tratto iniziale, in leggera discesa su versante nord, rimane sensibilmente fosco e umido. La cosa è ben avvertibile anche in estate, quando i faggi creano un vero oscuro tunnel. Dopo un cancello e un primo timido tributario, ecco l’Arnaccio, bello ricco di scroscianti e fresche acque.

 

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Elia il lagotto ama l’acqua quasi come i tartufi e tutte le scuse son buone per trastullarsi a bagno. Vero anche che la giornata novembrina non è certo avara di temperatura. Il roccioso e gradinato percorso delle acque immerso nella foresta è incantevole. Sarà poi anche il fatto che tocca pure guadarlo ma a noi l’Arnaccio ci pare il più ganzo dei tre primevi rami che incontreremo nella giornata.

 

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Poco oltre, ecco il grande casolare della Pantenna. Nonostante appaia ristrutturato in tempi non lontani, l’impressione di abbandono e incipiente degrado è forte. Doveroso però ammettere che non ne conosciamo uso, storia o proprietà.

Lì accanto, a fianco di una vasca in pietra con copiosa e scrosciante fonte, dovrebbe partire una larga pista che taglia verso NNW fino a trovare l’Arno in uno dei suoi punti più coreografici. L’imbocco è promettente ma l’esito triste… l’ostruzione da rovi e altri arbusti consiglierà uno sconfortante dietrofront.

 

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Proseguiamo quindi oltre, curiosando sul paesaggio di arbusti in un area che mostra evidenti segni di antropizzazione antica. A terra, pure uno scheletro di quadrupede (cranio, spina e un po’ di costole, non sappiamo se fauna selvatica o uno degli equini che pascolano in queste zone) che avrà fatto contento un qualche carnivoro locale.

 

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Una panoramica a nord lungo lo stradello in leggera discesa mostra i profili di Macìa, Acuto e Falterona.

 

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Dopo un po’, lo stradello si incassa con ampi tornanti selciati d’altri tempi, segno che questo era un percorso importante. Il bosco attorno mostra qua e là dei veri giganti… o loro resti…

 

 

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… e quindi arriviamo ad attraversare l’Arno, ovvero il ramo ufficialmente considerato tale e che viene giù dal Capo (ma il corso d’acqua ha origine ancora più a monte) pronto alle sue cento miglia. Appare molto meno coreografico dei suoi sussidiari laterali, quasi anonimo, ma tant’è. Sarebbe magari interessante provare a risalirlo ma abbiamo altri programmi.

 

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Proseguiamo infatti sull’agevole stradello fino a trovare poco dopo l’Arnino – Fosso della Rota, dove anche Elia manifesta miglior gradimento. E questi sono quindi i tre rami primevi, obiettivo raggiunto.

 

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Se dal citato hub si prosegue per la carrabile sbarrata, cosa che facciamo al rientro, si hanno più opzioni sulla sinistra per raggiungere il rifugio Vitareta e, oltre, risalire fino a Capo d’Arno. Per richiudere su Montalto, noi proseguiamo invece sulla carrabile fino al rifugio Il Lago, con annessa fonte e area picnic: un’area, questa, di ben più antico insediamento. Procediamo oltre fino a trovare una bretellina, segnata sulle carte ma poco usata e quindi infrascata, che ci riporta rapidamente verso il punto di partenza, attraversando in sensibile discesa un castagneto monumentale in apparente abbandono. Certo, come già per gli scenari descritti poco prima, non molto tempo fa qui c’era gente che ci campava con queste risorse…

 

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Rientrati a Montalto, riprendiamo il discorso della vista panoramica a meridione, con obiettivi puntati sul castello di Romena (distante 6 km) e su quello di Poppi (13 km). Ma ad attirare l’attenzione è quella massa nebbiosa, quasi un fluido viscoso, che durante la giornata si era ritirata in Valdichiana e invece ora sembra una schiuma che, apertesi le cateratte pomeridiane, si sta impetuosamente riversando verso l’alto Casentino.

 

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Beh, sapete come siamo, non possiamo mancare con solito tributo floreale, fatalmente risalente però ad una perlustrazione primaverile.

 

Buone Feste da Carlo e Gianfranco

 

 

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