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Da tempo c’era manifesta bramosia di una scarponata su uno dei luoghi più suggestivi del nostro mitico Parco FC, situato sul bordo di confine dell’area neo-eletta a patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, magari in periodi in cui il foliage avesse fascinosamente colorato il notevole panorama circostante che da lì si può godere. Ma anche col timore, dati i chilometri da percorrere sia in auto-trasferimento che a scarponi, di addormentarsi al volante durante il ritorno. Stiamo parlando di S. Paolo in Alpe, non lontano dal caseggiato di Corniolo, sul contrafforte romagnolo della nota Giogana.

Lo scoprire che un collega di lavoro ha locali radici e conoscenza dell’area, oltre che magnanima disponibilità ad appoggio logistico, ha ovviamente rappresentato un’occasione da non dormirci troppo sopra! E anzi, il gruppo si è presto ben ingrassato di altri colleghi!

 

Come di consueto, la zona viene studiata nelle sue caratteristiche d’attrazione e di tragitti, in modo da ottimizzare le logistiche e fare possibilmente percorsi ad anelli, attraverso le solite mappature elettroniche e simulazioni di cammini in lunghezza e altimetria, compresi “piani B” in caso di meteo-scherzi. Qui, oltre ad altre occorrenze, interviene la famiglia del nostro autoctono collega, che si presta pure ai trasferimenti da e per i punti topici, evitando inutili percorsi stradali e aumentando quindi il godimento netto. E la generosità non si fermerà qui!

 

L’altura di nostro interesse, vista nel pomeriggio da poco sotto Campigna. Segue quella da Corniolo, nella prima e fresca mattina di poco precedente l’inizio missione. Quest’ultima immagine è stata realisticamente possibile solo grazie all’alloggio in loco a cinque stelle… familiari!

 

Ma torniamo al pomeriggio precedente, al Poderone, che è una nota struttura agrituristica incassata nella valletta della Costa del Poggio dei Ronchi, non lontana dalla SP4 dopo deviazione da I Tre Faggi. Qui si tiene la cena propiziatoria, sempre nel segno della squisita e generosa ospitalità romagnola. Focolare provvidenziale, data la sferzante tramontana, pasti tipici da gourmet e tutt’attorno riecheggianti bramiti fino a notte fonda!

 

E così, eccoci all’inizio dell’avventura (si fa per dire). Autotrasportati, nell’ambito della già citata ospitalità (ormai quasi abusata…) a Case Fiumari, si inizia la divertente salita del sentiero 255 (CAI romagnolo), durante la quale sicuramente non ci si annoia! Un tempo vera e propria mulattiera comunale, con splendide viste dell’orografia tosco-romagnola che vanno dal tetto al Carpano, si attraversano boschetti di tutti i tipi, si incontrano poveri ruderi di insediamenti agricoli, si attraversa un fianco sassoso di fresca e viva frana dove ormai la povera balaustra lignea è lì ormai solo per indicare sommariamente (ma ancora per poco) il passaggio, per poi giungere al primo inequivocabile segno di una comunità: il suo cimitero.

 

Qui fa le presentazioni una targa di enti locali e PFC che allega il sito al tema “per un futuro sostenibile” … orpo! Che fanno qui, riciclano le mortali spoglie in stile soylent green? Battutacce a parte, il quieto luogo, i resti della cappella e quelli di alcune povere ma ancora integre lapidi non possono non far prevalere contegni di estremo rispetto per tutto quanto ci circonda. Il reticolato attorno, da valicare con traballante scaleo, garantisce medesimo comportamento da parte dei pascolanti bovini.

 

Un ultimo strappo, salutato da un effimero ma beneaugurante raggio di sole, e siamo al locale, prativo spartiacque, quota 1030. Il lato sud è una estesa veduta appenninica, con la scura area di Sasso Fratino ben in vista, ma al momento l’attenzione va ad uno dei nostri obiettivi, la diruta chiesa di S. Agostino.

 

Su un primordiale oratorio del mille, dove si insediano degli agostiniani (un ordine mendicante di eremitiani), viene in seguito costruita una chiesa dedicata a S. Agostino, il cui edificato va poi anche a incorporare una cappella dedicata a S. Paolo.
L’area è dipendente dagli onnipresenti conti Guidi fino all’annessione fiorentina a metà del XIV sec. Quattro secoli dopo, l’insediamento d’altura si avviava ormai verso l’estinzione.
Gli edifici vengono successivamente danneggiati da un terremoto nel 1918-19, a cui segue la ricostruzione di quel campanile a vela che, riedificato in cemento, contrasta visibilmente col resto delle edilizie.
Nella primavera del 1944, l’appoggio partigiano all’offensiva alleata, supportato da aviolanci proprio in questa altura, scatena la violenta rappresaglia nazifascista le cui vittime vengono periodicamente ricordate anche attraverso gli emblematici ruderi di chiesa e adiacente osteria (così ridotti dopo i crolli negli anni ’80) immersi nell’oasi di verde e pacifico alpeggio.

Qui una bella immagine di come era nel suo splendore, nel 1942. Non ricordiamo dove, diverso tempo fa, abbiamo trovato questa immagine, se qualcuno ha notizie di chi sia l’autore saremo lieti di citarlo per dare paternità a questo bello storico scatto.

 

Sul retro delle rovine, un benvenuto sprazzo di sole illumina lo splendido angolo di pascolo e i tre maestosi e ultracentenari pioppi neri. Doveroso fermarsi per assaporare tutto ciò, con calma e con ogni possibile senso.

 

Ripreso il sentiero e raggiunta la vicina strada bianca 257/GCR, si attraversano i pascoli passando tra una edicola sacra e il grande e decrepito rurale, il “casone”. Il tempo è fresco, umido, ventilato e là sulla Giogana non si vedrebbe a un palmo. Ma i nuvoloni sembrano aprirsi e la pioggia, se non altro, sembra momentaneamente scongiurata. Continuiamo quindi poco oltre…

 

… fino a trovare il celato imbocco della pista che ci siamo proposti, nota come Crinale della Vacca. Da un terrazzino lungo la strada bianca la si vede quasi tutta, almeno fin quando non si tuffa verso l’invaso, da qui nascosto. Iniziamo a scendere mentre fugaci spiragli di sole accendono qua e là spot di un foliage un po’ in ritardo sulla tabella stagionale causa un autunno estivo. Alla nostra sinistra, la valletta del Rio Bacine che percorreremo al ritorno.

 

Il percorso, non accreditato benché ben noto (non è presente sulla carta ufficiale PFC ma è comunque riportato sulle cartografie IGA e OSM), è anonimamente segnato con ometti di pietre ma una volta imboccato non ci sono molte possibilità di errore. E il quieto bovino tiene fede al nome. La discesa è persistente ma non disagevole, almeno per i primi tratti. Quando le pendenze aumentano, dopo la confluenza di un anonimo sentiero “verniciato” proveniente da Ridondone, eccoti comparire là sotto il ramo delle Celluzze/Molinuzzo dell’invaso di Ridracoli.

 

Dopo 2.4 km e 300 m in meno di quota, seguiamo a sinistra il sentiero verniciato (ma sempre anonimo) che inizia a scendere brutalmente, tanto da far temere per ginocchia malmesse e prendere in seria considerazione un infame buttock-skid. Finalmente, dopo mezzo chilometro di percorso e 200 m più sotto (dati che appunto già evidenziano la notevole pendenza media) si esce sull’asfaltata che porta alla diga. Qua ora è tutto relax e oltre al pasto ci spariamo anche la birra del locale bar.

 

Ripercorrendo in discesa l’asfaltata, presso il toponimo Bacina si va a trovare una diramazione di servizio, che è anche il 233 che ci riporta a S. Paolo. Poco dopo essere passati sotto un tratto aereo del lungo canale di gronda, il sentiero si inerpica per Valdoppia, sul versante nord della citata valletta, toccando anche resti rurali di Casa Ronconi (con relativa edicola sacra restaurata, dove si tira un po’ il fiato) e fino a riportarci dove eravamo, sui verdi pascoli sommitali, dopo poco più di 4 km e circa 560 m di ascensioni totali quasi monotòne. Una sgroppata non trascurabile…

 

Vista dell’area di S. Paolo da Poggio Squilla e l’approccio a Corniolo lungo la discesa del 257, “le Cerrete”. La lunga, memorabile giornata volge al termine.

 

Un paio di extra: il pero di Ronco del Cianco, età oltre duecento anni, inserito tra gli alberi monumentali del PFC ma ora purtroppo di salute cagionevole, e il novello laghetto di Corniolo, con i suoi alberi spettrali, formatosi dopo la grossa frana del 2010.

Alcuni riferimenti:

L’ultimo, in particolare, è un riferimento ricco di analisi fisiche e geografiche.

Saluti da Carlo… e da Alfredo, Giovanni, Giuseppe e Matteo (con lui e famiglia ci sentiremo sempre in debito)

(foto del sottoscritto, Giovanni e Giuseppe)
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