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“… se saranno gl’Eremiti studiosi veramente della solitudine, bisognerà che habbiano grandissima cura, & diligenza, che i boschi, i quali sono intorno all’Eremo, non siano scemati, ne diminuiti in nium modo, ma piu tosto allargati, & cresciuti”. Emblematica citazione dalla Regola di Vita Eremitica di b. Paolo Giustiniani (1520). Il resto, irrinunciabile per gli appassionati, ve lo trovate qui.

Tradizione vuole che la vicenda tra il nobile Maldolo e il benedettino Romualdo, ovvero la donazione di Campo Amabile e la fondazione dell’Eremo, avvenga nel 1012 quindi quest’anno se ne celebra il millenario. Storico o convenzionale poco importa, in fondo: Camaldoli, la sua foresta e i bianchi monaci che per secoli l’hanno religiosamente curata e custodita sono nel codice genetico degli aretini, specialmente per la generazioni per cui farci un picnic era un’impresa memorabile e una delle poche possibilità di frescura estiva.
Il tamtam del grande evento a maggio è già abbondantemente iniziato, anche se poi può magari sfuggire il nesso tra ricorrenza e fugace tour papale. No further comment.
E noi abbiamo voluto (almeno idealmente) ripercorrere le storiche vie di pellegrinaggio, da nord, ovvero dalla romagna, e da sud, dall’originale ospizio-foresteria di Fontebona, oggi monastero con annessa notissima farmacia. Con un certo condimento di stagione che ci rende quel pizzico di avventura.

 

Fine febbraio: la SP67 è completamente libera da neve (non da sassi, però!) e giungiamo di prima mattina al monastero. Parcheggio alla casa Forestale – Museo Ornitologico, iniezione di zuccherose calorie presso la rinomata bottega-bar e rapido planning review d’avventura: l’idea era di seguire i sentieri CAI 72/70 (Cotozzo-Duchessa) ma senza ciaspole non se ne parla. Via allora su per la “corta”: come strada mantiene tutta la sua neve e, come accade in questi frangenti, è sbarrata al traffico. Il fondo però, ben pisticchiato sia da bipedi scarponati/racchettati che ungulati, se non altro non tradisce troppo.
Presto si arriva alla cappelletta della Madonna della Neve e lì appresso il ponte in pietra dell’Allegri (ricostruito) a ricordo dell’antico tracciato che univa Eremo e sottostante complesso cenobitico.
Cerchiamo di seguire il CAI68, che taglia diversi tornanti dell’asfaltata, ma ogni tanto tocca desistere: troppa neve vergine, si va giù troppo e magari si rischia di sprofondare su un fosso. Riusciamo però a fare il pezzo con il doppio ponte, quello in legno, pedonale e recente, e adiacente originale in pietra, altra testimonianza del primevo percorso, ora un po’ malmesso e da evitare. Più sopra, la cappella dedicata al Santo Fondatore, la generosa Fonte di Maurizio, a malapena riconoscibile, e le Tre Croci, primigenio monito di clausura e limite invalicabile per donne, scandiscono visivamente la progressione della salita.

Il laghetto Traversari si presenta ben differente dalla tipica ambientazione di periodo picniccaro. Anzitutto vi sono almeno un paio di abeti che hanno reso l’anima, abbattendosi a mo’ di sbarramento del vialetto (parte del CAI68). L’acquitrinoso specchio, poi, si presenta come una arena immacolata, salvo una isolata traccia animale forse alla ricerca d’acqua. Decidiamo, senza motivo particolare, di circumnavigarlo, cosa che facciamo non senza difficoltà vista la neve soffice che nasconde sottostanti trappole. Tutt’attorno, il silenzio è impressionate.
Realizzato dall’omonimo abate e letterato del XV secolo per tentare di arricchire la magra dieta dei monaci (si dice che i Guidi proibivano loro ogni attività venatoria, pesca compresa) e oggi nursery di anfibi, il laghetto è praticamente la porta dell’Eremo.

Con le articolazioni che già cominciano a protestare, finalmente si staglia nello sfondo la sagoma dell’Eremo. Dalla prospettiva sembra quieto e deserto, ma superato il muro di neve diventano evidenti presenze e attività. Sorridiamo al fatto che sono tutti comodamente arrivati in auto dalla “lunga” e adesso sono quasi incastrati dal residuo spazio manovrabile, assai ridotto da neve ammassata e mezzi parcheggiati.
Ci rimane qualche minuto per una rapida visita, prima che ci espellano con l’inizio della funzione religiosa.

Difficilmente si trovano parole adatte per descrivere l’oasi di pace e preghiera del Sacro Eremo nel suo tipico aspetto invernale. Bisogna esserci e basta.
Noi indulgiamo anche a bisogni terreni e quindi ne approfittiamo per rifornirci d’acqua ma resistiamo alla tentazione del bar. Curiosa la vista dei bagni pubblici palesemente prima ancora che dichiaratamente inagibili.

Il CAI74 affianca inizialmente la SP69 per poi tagliare e salire decisamente verso Prato alla Penna (segnale Croce di Badia) mentre la strada arzigogola sul lungo tornantone verso sud. Curioso l’abete stramazzato che va a creare uno sbarramento “a tendina”. Da qui a breve l’abetina lascia il campo a nuda faggeta, la neve è sempre più alta e pochissimo ciaspolata: ogni tanto la sprofondata è inevitabile, seguita da goffi, comici e pure dolorosi tentativi di trarsi d’impaccio che quasi si perde speranza del poter tirare fuori le gambe… ma ecco che finalmente appaiono i primi inconfondibili segni del crinale… coi manufatti un po’ più nani!

La bella radura a sella di Prato alla Penna si riconoscerebbe a stento se non fosse per il tabellone e l’inconfondibile tabernacolo. Anche la provinciale di crinale che va verso il Pso Fangacci, e figuriamoci lo stradello verso il Gioghetto, sarebbero introvabili se non fosse la memoria a tratteggiarli, aiutata da qualche traccia di sci. Siamo fortunati: è sereno e manca il solito insistente vento di crinale, situazione che materializza un silenzio quasi innaturale dato l’abitudinario sottofondo di turbolenze aeree. Se ci fosse qualcosa di più adeguato che un palo per ritto dove sedersi pranzeremmo qui. Però laggiù in Romagna le nubi già scuriscono e difatti i meteoveggenti promettono tempaccio pomeridiano. Meglio quindi riprendere la via del ritorno, non prima comunque di una posa in atteggiamento conquistador, che ci vuole.

Decidiamo di alleviare un po’ le vessazioni a caviglie e gambe prendendo la strada anziché il sentiero, per quanto questo allunghi un po’ la discesa. Qui la neve tende ad essere dura e ghiacciata, cosa che non contribuisce ad evitare continue e pietose contorsioni di ginocchia e caviglie. Divertenti gli abbondanti lasciti organici della fauna locale. Dolorosa, per contro, la vista dei molti abeti che non ce l’hanno fatta a superare l’invernata.

Sulla via di ritorno, il fronte turbolento da nordest si fa più minaccioso, il sole s’annebbia e frequenti arrivano umide e significative folate. Decidiamo quindi di tirare dritto per il monastero. Quando arriviamo il tempo ancora tiene e quindi completiamo la giornata outdoor pranzando nell’area attrezzata al ponticello sul Fosso di Camaldoli. Ah, contrariamente ad altre stagioni, non è che ci sia stata coda o ressa … però non si sta male ed è molto in tinta con l’avventura.

Il tempo ancora tiene? Allora, lasciati gli zaini, diventiamo turisti più ordinari e, dopo un altro contributo calorico alla solita bottega (rinomata per schiacciate e affettati ma non certo carente in attrazioni dolciarie con un irresistibile aspetto genuino), visitiamo ambienti e chiostri innevati del complesso monastico. Terminiamo con la nota farmacia, uno dei simboli dell’operosità benedettina sulla quale poggia la Regola seguita dalla Congregazione Camaldolese, quel delicato equilibrio tra vita eremitica e vita comunitaria, tra preghiera e materiale laboriosità, le due colombe che bevono dallo stesso calice. Certo, quando ero bambino aveva un aspetto sicuramente più aderente alla storia plurisecolare, con quello scheletro giusto all’ingresso e l’etichetta dattiloscritta che grossomodo recita “guardati, inutile ti imbelletti, così sei veramente”. Ora sembra anche troppo asettica, il tetro e polveroso laboratorio relegato in una stanzina e diversi articoli – ottimi comunque – sono di produzione trappista. Ma forse sono solo nostalgie di gioventù.
La finalmente sopraggiunta tempestina ci coglierà a Soci ma ormai ci fa un baffo. L’innaturale abuso di muscoli e legamenti darà qualche segnale il giorno successivo, ma nulla più. E noi, a modo nostro, abbiamo commemorato il millenario della storia camaldolese.

La proiezione GE con leggero overlay della carta ufficiale PNFCMF&C riporta la tracciatura del percorso e i punti salienti, eccetto i ghirigori di turismo ordinario a Fontebona. Ben visibile la sella di Prato alla Penna – Gioghetto. Il cammino mostrato assomma a circa 10 km, con poco meno di 500 m di ascensioni totali e compresa qualche divagazione. Ovvio che nei mesi caldi l’uso integrale del sentiero lo accorcia significativamente.

Saluti da Carlo Palazzini

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