42A, all’ombra della Croce, ai natali del Teggina

Cinque nevosi mesi sono passati da quello scouting (da diporto) del proto-42/A raccontato nella puntata precedente. L’inizio primavera, scandito dalla ratifica tra gli enti partecipanti del piano di intervento di recupero della Croce, segna anche l’inizio attività di allestimento formale dell’itinerario. Certosine e pazienti spennellate lungo i quasi 8km di 42 e 42/A, non certo agevolate da un meteo bizzoso e instabile fino a giugno inoltrato.
Gli scansafatiche, al solito, vanno invece errabondi alla ricerca di fiorellini fotogenici che, causa il già citato meteo bizzoso, sono un po’ scarni e disorientati.

Pratomagno

Il nostro 42/A, dal Buite in su, esiste da tempo come sentiero CAI numerato e per l’occasione, che è poi la festa di rimembranza della transumanza del 16 giugno, viene opportunamente “rinfrescato”. Per amor di continuità tematica con la puntata precedente, pur se a scapito di cronologia con le reali scarponate che hanno permesso questo reportage, ripartiamo proprio dal Buite alla conquista della Croce.

 

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Bivacco Buite – Col fogliame ancora in germoglio, lo sguardo penetra la faggeta e la vista del bivacco dal 42/A “superiore”, con attorno i soli mormorii della natura, è oltremodo piacevole. L’attraversamento del Fosso di Buiti/e, inconsistente in estate inoltrata ma bello canterino nello scorso piovoso aprile, è stato provvisto di efficace lastricato in sintonia, con annesso spillamento per usi diretti della fresca acqua.

 

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Lenzuoli – Siamo a fine aprile, è ora di portare a termine i lavori di abbellimento dell’itinerario ma i colpi di coda invernali lasciano evidenti eredità che continuano ad arricchire i frequenti corsi d’acqua già grassi per le piogge. Per contro, la flora ancora tentenna e le belle genziane blu si trovano a mal partito.

 

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Nobile fonte – Le primeve acque del Teggina che trasudano in superficie sotto la Croce si ritrovano convogliate in questo angolino esotico e rigoglioso, ultima protuberanza ombreggiata prima della prateria, che vede anche la mano dell’uomo nelle sistemazioni a terrazze in pietra e nelle misure di regimazione, verosimilmente per assicurare le risorse vitali per il pascolo. Alla Fonte del Duca si arriva risalendo il 42/A dal Buite e laddove questo termina nel 42, quest’ultimo proveniente dall’area attrezzata di sosta, occorre lasciare lo stradello e risalire letteralmente il greppo. La deviazione non è molto intuitiva ma adesso svolta e sentiero nominale sono almeno ben segnati. Grazie alle ampie aperture prative, il percorso non è comunque critico.

 

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Verso la cima – Proseguendo la salita a monte della Fonte del Duca si sbocca alfine sulle spaziose praterie del piano culminale, il nardeto, e l’itinerario diviene di fatto totalmente soggettivo, anche perché le chicche di natura da osservare da vicino (ma da rispettare sacralmente) qui abbondano e ormai quel ferruginoso landmark lassù in cima è come un magnete a superconduttori, non c’è pericolo di perdersi!

 

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Zampilli – Ora si trovano le acque sorgive del Teggina, in quegli incassati rigagnoli primevi dove l’ultima neve si ripara rimanendo al paggìo, sciogliendosi lentamente e creando buffe cavità, crogiuoli di microambiente particolare, come anche appare generarsi lungo tutto l’impluvio, ricco di varietà vegetali e animali. Buffo, durante la stagione del pascolo, vedere ragguardevoli piòte depositate su questi alvei dopo averci riempito la borraccia giusto un po’ più a valle… come si dice, quel che ‘unn’amazza

 

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Praterie – Se meteo e tempo lo permettono, la prateria va goduta nella sua intima essenza, anche tirandoci il fiato (la salita è breve ma si sente!), o, come in vicenda, cercandoci un posto alla poventa in una giornata in cui il vento mandava a ramengo anche lo stabilizzatore ottico della fotocamera.
Ricordate com’era nella nostra
sortita a fine gennaio?
Sul lato ovest, terrazza sul Valdarno Superiore, l’aspro versante scopre ogni tanto il macigno, che comunque è sempre presente poco sotto il manto erboso.

 

Circa le lunghe e vistose ferite lungo i fianchi delle praterie, citiamo dai testi a riferimento: [La strada di servizio] è stata utilizzata anche da mezzi fuoristrada di privati. Questa situazione ha dato origine, soprattutto dove le pendenze sono elevate, a profondi solchi che interrompono la continuità del cotico erboso, originando fenomeni erosivi. […] in prossimità delle due sorgenti del “Fosso della Fonte del Duca”, si trovano alcune aree degradate, caratterizzate dalla presenza di roccia affiorante e fenomeni erosivi, dovuti soprattutto al ruscellamento superficiale e all’assenza di argilla nel terreno, che, se da un lato non dà origine a fenomeni di compattamento a seguito del pascolo, dall’altro favorisce frequenti rotture del cotico erboso, con localizzati fenomeni erosivi. […] Gli agenti atmosferici che caratterizzano le condizioni climatiche di questa zona (in particolare vento, ghiaccio e neve), e il calpestio degli animali al pascolo, hanno contribuito a interrompere il cotico erboso mettendo a nudo il terreno e in alcune zone la roccia stessa. L’intervento è consistito nella realizzazione di graticciate morte con modellamento del terreno a monte delle stesse.

 

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Pitture – La paziente e certosina attività di pittura dei segnavia (e relativa seconda mano, come vuole il protocollo) richiede tempo, dedizione e pure sudore, dato che si svolge là lungo l’itinerario, armati del solito equipaggiamento outdoor ma con l’aggiunta di barattoli e pennelli. La parte “nuova” del 42/A ha poi ovviamente richiesto anche il preventivo studio del piazzamento dei segni, ai quali si sono poi aggiunte tabelle nuove fiammanti nei punti topici.
Vero, qualche pedone verniciato è ancora giovane e mingherlino, ma crescerà…
Il sasso-bandierina in foto ha poi avuto qualche vicissitudine indesiderata causa inopportune reazioni di qualche filantropo buontempone…

 

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Colori – Anemoni, genziane, crochi, scille (qui riprodotta quella bianca, assai più rara), viole, orchidee varie, veratri, euforbie, ive, asfodeli… Certo, quest’anno sembrano tutte un po’ patite, almeno a fine di un maggio … “novembrino”!
Un discorso a parte merita comunque quel cosino minuto, così minuto che c’abbiamo messo un dito per rendere l’idea delle dimensioni. Nessuno riusciva a identificarlo e pensavamo ad una rarità. Macché! Specie diffusa in tutto il mondo, solo magari come tale ignorata, la Draba Verna ha le fattezze tipiche di un fiore di dimensioni ortodosse, comprese foglioline pelose a corona, ma su scala mignon. Noi l’abbiamo a malapena intravista in unica, effimera stazione, sui rigogliosi argini dei rigagnoli prativi di cui abbiamo parlato. Fa proprio tenerezza!

 

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La Croce – Come già dicemmo la volta scorsa, è il simbolo stesso del Pratomagno aretino. È li dal 1928 e la sua storia, le sue caratteristiche e i suoi malanni sono dettagliatamente riportati nella documentazione a riferimento, tutta reperibile in Rete quindi inutile sciorinare o scopiazzare: meglio direttamente le fonti autorevoli. Di queste citeremo in testo solo alcuni passaggi.
Il toccarla con mano rende evidente lo stato di deterioramento: bulloni saltati, sbarre della struttura staccate, ossidazione cancerosa, qualche souvenir dell’ultima guerra, cemento crepato e sfaldato… Anche il bassorilievo di S. Francesco è ormai a pezzi da tempo.
Nel novembre 1966, l’intera Toscana fu messa in ginocchio e stessa sorte, non solo simbolicamente, toccò alla Croce. Ci vollero due anni per ripararla e re-erigerla e l’occhio attento nota le nervature di rinforzo aggiunte per l’occasione dove avvenne il cedimento, tra il raccordo tronco-piramidale e la croce vera e propria, ora un po’ più corta.
Ultimo accenno, la Croce “incorpora” il punto trigonometrico primario IGM 114132, di cui si ha descrizione e discussione nello specifico articolo a riferimento.

 

Alcuni dati dai testi citati a riferimento: [la Croce originale] poggia su di un blocco di fondazione per il quale occorsero 100 quintali di cemento. La Croce è costruita completamente in ferro, è alta 22 m [ora un paio meno, NdR] e composta da 900 pezzi di ferro del peso di oltre 150 quintali.

 

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Crinale – Dal fianco della Croce, questa è la vista del percorso di crinale 00/CT tipico degli aretini, dal Pian dei Lavacchi (M. di Loro, laggiù a 7 km), dopo l’impennata del M.Lori e attraversando poi i pratosi saliscendi di Cima Bottigliana e Poggio Masserecci.

 

Un busillis di cui non riusciamo a venire a capo è l’enigma del punto più alto del massiccio. Cartografia e documenti tecnici riportano il primato numerico del Pianellaccio ma molte pubblicazioni di più ampia diffusione, anche autorevoli, assegnano verbalmente il top al punto dove sorge la Croce. Una nobile convenzione, vista la prossimità dei due contendenti? Oppure?
Il mistero poi s’infittisce quando alcuni documenti d’epoca, oltre a sottolinearne il primato, segnano il punto dell’erigenda Croce come quota 1596! Per la cronaca, l’attuale cartografia riporta 1591m.
Ora, se l’altezza ufficiale assoluta può “variare” (magari anche non fisicamente, bastano sistemi di rilevazione più accurati o modifica del geoide, ad esempio), rimane il mistero di come si presentasse realmente a inizio XX secolo il punto-croce relativamente al vicino Pianellaccio, attualmente appunto rilevato come più alto pur se di uno sputo. Che siano stati proprio i lavori della croce, magari il posizionamento della fondazione, a scocuzzolare involontariamente l’ex punto più alto che, come già detto, accoglie pure un punto trigonometrico IGM? O magari anche a seguito dei lavori di ripristino dopo il crollo del 1966?

Chi conosce come stanno realmente le cose è caldamente invitato a erudirci.

 

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Stagioni – Lungo il 42, verso la congiunzione con il 42/A, in due istanti lontani meno di un mese tra loro.

 

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Scene – Tra alcune emblematiche scene-souvenir delle nostre sortite, proponiamo anche una rievocazione improvvisata del trasporto a spalla di parti per la costruzione della Croce da parte dei raggiolatti (va bene, è solo Davide con un palo per tabella segnavia, ma siamo comunque affini nello spirito…).

 

Dai testi citati a riferimento: Tutti i popoli delle due vallate contribuirono per la loro Croce, ma il popolo che va ricordato in maniera particolare è quello di Raggiolo che portò quasi tutto il materiale gratuitamente. Delle lunghe processioni di penitenza al canto del Miserere ed alla recita del Rosario si snodavano dal paese per la ripida ascesa con a capo il Pievano R. don Francesco Bordoni e il R. P. Luigi. Vi partecipavano infervorati uomini e donne, giovanotti e vecchi, tutti portando a spalla la loro parte di materiale.

 

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Burrasca – A metà di un pomeriggio tardo-maggiolino fino a quel momento proficuo, le belle nuvolette fotogeniche scuriscono e si ingrossano, mentre la vista verso Secchieta conferma che il presagio e già realtà. Battiamo frettolosa ritirata. La graziosa fonte con pozzetta sotto il poggio delle Portacce, giusto adiacente l’area di sosta e che individua l’ennesimo affluente del Teggina, testimonia le prime traiettorie e i primi plùmf dei chicchi di grandine ripresi al nostro passaggio in auto! Più a valle, con il massiccio ormai fagocitato dalla plumbea nube, uno sguardo verso il Valdarno rende visioni preoccupanti. Ma verso la città il cielo tende un po’ ad alleggerirsi e Gianfranco, con ammirabile sprezzo del pericolo, si avventura a piedi in mezzo al ponte di Buriano per immortalare l’iridescenza.

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Cascate – Poco prima, ancora sotto grandine, avevamo scelto di rientrare dalla Panoramica, opera degli anni 1960-70 che fa da collettore lato Valdarno, avendo cambiato versante al Varco di Castelfranco. Per chi ancora si domanda perché quell’apparentemente inutile tronchetto di galleria, la risposta è naturale quando ci si cammina sopra, verso il Poggio di Castelfranco, quello con la crocina sopra: continuità dell’area di pascolo. Come sottoprodotto: nessuna potenzialmente devastante intersezione tra auto e preziosa prateria sommitale! Lungimiranza di una volta…
Grazie alle copiose piogge di stagione, compresa quella in atto, questo ripido fianco abbonda di scroscianti cascatelle destinate però praticamente ad annullarsi con l’avvento della stagione estiva. Le prime, giusto sotto la sommità, costituiscono proprio borri e fossi che, giù da Rocca Ricciarda, origineranno la prima essenza del torrente Ciuffenna. I seguenti, fino all’altezza del M. di Loro, ne saranno comunque tributari indiretti.

 

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Assieme al giro descritto la volta scorsa, rappresentiamo qui il 42 (traccia viola) nel tratto che interessa l’area di sosta “Tre Fonti” (realizzata a inizio millennio), la Fonte del Duca e la Croce. In rosso scuro, la parte “vecchia” del 42/A, dal Rifugio Buite alla congiunzione con il 42.

Nota finale: circa l’evento Transumanza, del quale avevamo annunciato l’avvenimento la scorsa puntata, questo si è svolto con pieno successo di meteo, di presenze, di scene d’altri tempi e di gusti per il palato. Noi c’eravamo.
E testimoniamo, nella medesima data (e finalmente), anche  l’incipiente installazione del cantiere per il primo trancio di lavori di restauro della Croce.

Pratomagno

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Alcuni riferimenti:

  • AAVV, La Croce monumentale del Pratomagno, Lavori di Riqualificazione e restauro, fascicolo pubblicato dalla Prov. AR con il contributo di: Reg. Toscana, Comuni di Ortignano-Raggiolo e Loro Ciuffenna, UC Pratomagno, Banca Etruria (2013)
  • Berti, Camiciottoli, Surace, Ricerca Storica per Valutare le Conseguenze Prodotte dalle Modifiche del Trigonometrico “Croce del Pratomagno”, Conf. ASITA (2009)
  • AAVV (a cura di S. Borchi), Conservazione delle praterie montane dell’Appennino toscano, Reg. Toscana, Comunità Montane di Garfagnana, Pratomagno e Casentino, Atti del Convegno su progetto LIFE Natura (2005)
  • Sito Provincia AR: News: Croce del Pratomagno: firmato il protocollo per il restauro (2013)
  • A.M. Droandi, La Croce del Pratomagno: piccola storia di una grande croce, stralcio da Storia del Valdarno, L. Landi (1981)
  • TuttoRaggiolo, periodico della Brigata di Raggiolo, n° 9 e 10 1998 (articoli in occasione del settantennale della Croce)

 

Saluti da Carlo Palazzini, Gianfranco Landini e Franco, tutti e tre a loro volta ospiti di Andrea e Davide, raggiolatti doc, che hanno guidato la scarponata, contribuito all’evento Sui sentieri della Transumanza e partecipato ai contenuti del post.

 

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